Uno sconosciuto nella Selva
Posted By gilraen on 13 luglio 2010
“Gil, Gil, svegliati!! E’ tardi…”
Gilraen si rigirò nel letto, cercando di ignorare la voce della sorella che la stava chiamando…
“Giiiiil, vuoi scendere da quel letto? Abbiamo un appuntamento importante questa mattina, non te lo ricordi?”
“Uffa, Naroniel è sempre stata una specialista nel rovinare il mio sonno….” pensò ancora mezza addormentata Gilraen.
Aprì un occhio e vide che la luce del sole era già alta nel cielo.
“Caspita, quanto ho dormito…” si stirò e poi si mise a sedere sul letto. Da quanti anni non dormiva in quel letto, in quella stanza…. ancora prima di andare alla Torre per il suo apprendistato.
Ricordava ancora quel giorno, tanti anni prima, quando sua madre era entrata a svegliarla con la colazione, privilegio raro, riservato alle grandi occasioni, ben sapendo che per qualche anno non avrebbe più visto la sua figlia maggiore che durante le visite ufficiali alla Torre.
Gilraen rimase qualche attimo persa in quell’immagine di tanto tempo prima, prima che la sua vita prendesse pieghe impensabili, prima che il destino le togliesse quel sogno carezzato per tanto tempo.
Naroniel irruppe nella stanza con il suo solito tatto, ponendo fine ai ricordi del passato, e cominciò a frugare nel suo armadio, tirando fuori metà dei vestiti che Gilraen aveva accuratamente piegato la sera prima.
“Naroniel, ti prego, so ancora vestirmi da sola….” disse, lievemente piccata, Gilraen, tirando una pantofola nella direzione della sorella.
“Gil, saprai anche vestirti da sola, ma hai sempre la testa fra le nuvole. Ti sei dimenticata che abbiamo un appuntamento oggi, eh?” si voltò Naroniel, abbassando la testa per evitare il proiettile. Era sempre stata più agile e svelta di lei.
“Sì, sì, me lo ricordo, me lo ricordo… Da quando sono tornata non fai altro che ricordarmelo. In fondo avrai tutta la vita per sopportare i tuoi futuri suoceri. Che fretta c’è? “ disse Gilraen, cominciando a vestirsi con una certa flemma, giusto per irritare la sorella.
Oggi c’era la sua presentazione ufficiale ai genitori di quello che sarebbe diventato suo futuro sposo fra sei mesi, Alarion. Naroniel era agitata e comprensibilmente nervosa. Gilraen invece trovava la cosa piuttosto noiosa e seccante: era tornata a casa, nella sua amata Selva solo da qualche mese, e già le toccava una di quelle cerimonie formali che tanto detestava.
Naroniel si fiondò giù per la scala: “Ti aspetto giù fra cinque minuti, la mamma è già pronta, e se ci fai fare tardi non la passi liscia!”
Gilraen finì di vestirsi velocemente, non voleva far fare brutta figura alla sua famiglia. O meglio, quello che rimaneva della sua famiglia. Ormai le restavano solo sua madre e sua sorella, dopo che il padre era misteriosamente scomparso parecchi anni prima, quando lei e sua sorella erano molto piccole.
Scese e si avvicinò alla madre. Le diede un bacio lieve sulla guancia e lei la ricambiò con una carezza. Non c’era mai stato bisogno di molte parole fra loro, si capivano al volo con lo sguardo, al contrario di Naroniel, che invece parlava sempre.
“Su, Gil, altrimenti faremo tardi. Non vorrei dare un’impressione sbagliata a quella che sarà la nuova famiglia di tua sorella.” le disse gentilmente la madre, avviandosi all’uscita.
Salirono sul calesse e dopo una mezz’ora giunsero alla casa dei genitori di Alarion. Era una bella casa al bordo della foresta, con un meraviglioso giardino fiorito e un grande prato nel quale era già presente una numerosa folla di parenti.
Gilraen aveva voglia di voltare i tacchi e svignarsela furtivamente, ma sapeva di non poterlo fare. Perciò si rassegnò ad una noiosissima giornata di convenevoli sociali.
Dopo le presentazioni ufficiali a tutta la famiglia, Gilraen approfittò di un attimo di distrazione di sua madre per avventurarsi nel magnifico bosco di larici che si trovava dietro alla casa.
Da lì il chiacchiericcio delle persone era svanito, e rimanevano solo i rumori del bosco. Vide un piccolo sentiero che si inerpicava nel folto della boscaglia e subito lo imboccò, alla ricerca di un po’ di quiete. Sollevò lievemente il lungo vestito che le impediva un po’ i passi e camminò decisa in salita. Dopo qualche minuto, gli alberi si aprirono ed il sentiero finì su un piccolo poggio alberato. Da lì si godeva una meravigliosa vista su tutta la Selva, fino allo svettante profilo della Torre di Smeraldo in lontananza. Gilraen aspirò l’aria a pieni polmoni, si sedette con la schiena appoggiata ad un albero e chiuse gli occhi ascoltando il vento leggero che le agitava i capelli. Le era sempre piaciuto il vento.
Rimase così, assorta ad ascoltare il rumore del vento per un tempo indefinibile.
Poi, improvvisamente, sentì lo scricchiolio di un ramo alla sua destra. Subito aprì gli occhi e la mano le corse al pugnale che teneva nascosto dietro la cintura. Si voltò con i sensi all’erta e pronta ad attaccare. Vide un movimento dietro un folto cespuglio e si avvicinò lentamente. Brandendo il pugnale, si avventò sul cespuglio “Chiunque tu sia, vieni fuori!” gridò.
Da dietro le foglie spuntò un cappello di feltro viola con una magnifica piuma dello stesso colore. Da sotto sbucò un viso con un’espressione impertinente, che la apostrofò “Calma, calma, mi arrendo”.
Con gesti misurati, lo sconosciuto si alzò, fece una riverenza e finalmente mostrò il suo volto da sotto le falde del cappello. Era un giovane elfo, più o meno della sua età, con lunghi capelli di un biondo chiarissimo, quasi bianchi, che gli ricadevano sulle spalle. Aveva un naso piuttosto lungo, per la loro razza, notò Gilraen. Ma il suo sguardo fu attratto subito dal colore incredibilmente azzurro dei suoi occhi. Quegli occhi di ghiaccio le ricordarono subito altri occhi del suo passato, ed il suo cuore ebbe un balzo. Guardò la piuma viola sul cappello e, con voce strozzata, chiese: “Chi siete?”.
Il coltello vibrava lievemente nella sua mano tremante. “Avanti, ditemi come vi chiamate e cosa ci fate qui!” disse Gilraen facendo un passo verso lo sconosciuto.
“Calma, calma, non ho cattive intenzioni” disse l’elfo, alzandosi ed uscendo dall’ombra del cespuglio. Ora lo vedeva meglio: era molto alto e longilineo, con la pelle chiara, il viso con zigomi pronunciati e guance leggermente incavate. Le labbra erano sottili, ma non davano al suo volto un’espressione di crudeltà. Quando si aprirono in un sorriso, il suo volto si illuminò e Gilraen si sentì un po’ più rassicurata. Ma continuava a rimanere magnetizzata da quegli occhi. Non riusciva a distoglierne lo sguardo. Come l’altra volta le era successo, si sentiva come ipnotizzata e il mondo circostante sembrava dissolversi intorno a lei. Provò una lieve vertigine.
“Mi chiamo Elmerin e, come voi, sono fuggito dal rumore della festa per cercare un po’ di silenzio in questo angolo di Selva. Sono un lontano parente dello sposo. E voi, come vi chiamate? Non mi sembra di conoscervi.”
Gilraen osservò il giovane e, cosa che le provocò un brivido lungo la schiena, vide che era vestito completamente di viola, dalla giubba, ai pantaloni, fino al mantello. Con la voce un po’ roca, disse: “Gilraen, mi chiamo Gilraen e sono la sorella della futura sposa”. Mentre diceva questo indietreggiò di un passo.
Si sentiva attratta da questo giovane, ma allo stesso tempo qualcosa nel suo sguardo, o nel suo aspetto, non sapeva dirlo, la inquietava profondamente. Lui le si avvicinò e, con gli occhi fissi nei suoi, le abbassò la mano che teneva il pugnale. “In fondo abbiamo qualcosa in comune, amiamo la tranquillità e i posti solitari…” e mentre diceva questo, continuava a tenerle la mano.
Gilraen si accorse in quel momento che nessuno si era accorto che lei si era allontanata e che si trovava sola con uno sconosciuto in un posto isolato. Se avesse urlato, non l’ avrebbero sentita. Se avesse tentato una fuga il vestito le avrebbe impacciato i movimenti.
Mentre faceva queste valutazioni, continuava a guardare gli occhi azzurro ghiaccio di Elmerin e piano piano cominciava a sentire che poteva fidarsi di lui, anche se qualcosa nel suo aspetto le risultava sempre inquietante.
Lui le sfilò il pugnale dalle dita e lo lasciò cadere a terra. “Non c’è più bisogno di questo. Ormai ci siamo presentati e potete fidarvi di me”. Si avvicinò ancora e, sfiorandole il viso con la mano guantata, le disse: “Eppure mi sembra di conoscervi, Gilraen, di avervi già incontrato prima. Forse ad una festa a Corte, qualche anno fa….”.
Gilraen arrossì, indietreggiò e, balbettando, rispose: “Non so… non mi ricordo di voi. In ogni caso, adesso devo andare, è tardi e mia madre mi starà già cercando.” Distolse a fatica lo sguardo da quegli occhi e fece qualche passo sul sentiero, disse: “Devo andare, Elmerin…”.
“Vorrei rivedervi, Gilraen.” disse il giovane “Vi aspetto domani mattina all’ incrocio delle Quattro Querce. Sempre che vogliate anche voi rivedermi…” e, facendo un lieve inchino con la testa, si tolse il cappello sventolando la piuma viola. Gilraen, con quel balenio viola nella mente, fuggì precipitosamente lungo il sentiero ed arrivò senza fiato nel giardino, dove ancora si svolgeva la festa. Vedeva sua sorella che guardava nervosamente fra gli invitati, poi, incrociato il suo sguardo, le rivolgeva una delle sue occhiate di fuoco e si dirigeva a grandi passi verso di lei.
“Ma dove diavolo sei stata fino adesso? Ti abbiamo cercata per un’ora…. Ma come sei conciata? Hai il vestito tutto rovinato. Ma che figura mi fai fare! “ la investì Naroniel con foga.
“Stai zitta, una buona volta, non sono fatti tuoi! Adesso, scusami con i tuoi futuri suoceri, ma io devo proprio andarmene. Non potrei resistere qui un minuto di più!” disse Gilraen, avviandosi verso la madre.
“Mamma, devo andare a casa. Non mi sento bene. Ci vediamo stasera.” disse tagliando corto e, senza aspettare la risposta, voltò le spalle e si diresse verso casa a piedi. Era una bella passeggiata, ma ne aveva bisogno per schiarirsi le idee. L’incontro con lo sconosciuto l’aveva turbata notevolmente e aveva bisogno di camminare.
Cosa avrebbe fatto la mattina dopo? Sarebbe andata o no all’appuntamento? Quegli occhi e il colore viola le ricordavano un passato che avrebbe voluto dimenticare. Ma quell’ Elmerin l’aveva colpita al cuore. Sapeva già che, sì, ci sarebbe andata a quell’appuntamento….
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